L’Espresso local

Ringrazio Victor per aver segnalato questo articolo di Claudio Mercandino pubblicato dalle pagine locali de L’Espresso e che potete leggere integralmente cliccando qui

In ogni concerto affianchiamo una storia a una proposta musicale. La scaletta cambia, ma una cosa resta sempre uguale: offriamo al pubblico una testimonianza viva e non un reperto da museo“. Jorge Coulon, fondatore e attuale leader del gruppo cileno degli Inti Illimani, con il fratello Marcelo unico “superstite” della formazione originaria sbarcata in Italia nel 1973 e qui rimasta in esilio per quindici anni dopo il golpe di Pinochet, non nasconde l´orgoglio per l´attualità del bagaglio artistico e per il lungo cammino musicale compiuto dalla band.

Jorge, in più di quarant´anni di musica avete percorso molta strada. Per arrivare dove?
In una storia così lunga possiamo dire di essere sempre stati sulla strada. Oggi abbiamo raggiunto il linguaggio identificabile che abbiamo ricercato per anni, quello della musica dell´America Latina e della sua identità sociale, e gli abbiamo anche trovato un posto“.
In che senso?
Oggi la musica latinoamericana è nota in tutto il mondo. Quarant´anni fa era considerata una cosa rara, esotica, in ogni caso poco conosciuta».
In questa evoluzione, che vi ha trasformato in un gruppo di world music tra i più apprezzati al mondo, vi siete arricchiti con molte altre esperienze. Lei, sul suo profilo su Facebook, si dichiara ad esempio fan di De Andrè, Daniele Silvestri e Wynton Marsalis, e voi avete in repertorio persino una versione di “Buonanotte fiorellino” di De Gregori
In effetti siamo riusciti a resistere alla tentazione di tutti gli esuli, quella che li spinge a chiudersi in se stessi e a ripiegare in una sorta di rifiuto del paese che li ospita. Noi abbiamo compiuto la scelta contraria e ci siamo aperti allo scambio, alla collaborazione: lo abbiamo fatto con molti artisti e in molti paesi, non solo in Italia“.
Questa identità molteplice, avete raccontato voi stessi, vi ha fatti sentire un po´ esuli per un certo tempo dopo il ritorno in Cile. È ancora così?
Adesso molto meno. Inizialmente abbiamo patito un po´ il desexilio, il ‘doppio esilio’ dei rimpatriati di cui parlava il poeta Mario Benedetti, scomparso lo scorso maggio. Col tempo, però, ci siamo riabituati a sentirci più ‘cileni’ e non solo visitatori della nostra patria“.
Non ha contribuito anche il fatto che oggi il gruppo è composto perlopiù da giovani, parte dei quali nati addirittura dopo il golpe?
Certamente sì. Ma conta molto il fatto che, nell´epoca della globalizzazione, si parlano linguaggi universali e quindi si hanno numerose identità“.
Per molti italiani “over 50” voi siete inchiodati a un´iconografia fatta di ponchos, pugni chiusi e “El pueblo unido jamas serà vencido“. Ma lei, se dovesse indicare la canzone che meglio vi rappresenta, quale sceglierebbe?
Difficile dirlo. Per quegli anni sceglierei forse Alturas. Per il presente direi Vino del mar, una canzone bella e poetica che parla del Cile. Però noi siamo anche altro: veniamo adesso da New York, dove abbiamo cantato con la Cantante Bianca del Cirque du Soleil, lo scorso maggio abbiamo nuovamente suonato a Santiago con Peter Gabriel…“.
È la testimonianza di una sorta di meticciato musicale?
È la dimostrazione del fatto che siamo in grado di relazionarci con altri mondi artistici senza perdere quello che siamo“.
È la prima volta che tornate a Torino dopo la scomparsa di Franco Lucà, che vi ebbe più volte ospiti del suo FolkClub. Che ricordo ne avete?
Io, che sono un sentimentale, coltivo un ricordo amorevole di tutti coloro che ci hanno aperto alcune porte. Franco aveva capito che non eravamo andati del tutto via…“.

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