Recensione del concerto milanese

fonte: http://www.liverock.it/tuttarec-conc.php?chiave=225

Gli Inti Illimani segnano uno degli eventi più importanti proposti dal Festival Latinoamericando di questa stagione, facendo tappa al Forum di Assago. Concerto programmato all’interno del tour italiano che proseguirà sino all’ 8 agosto percorrendo da nord a sud l’intera penisola, toccando anche le città di Gallipoli e Cosenza.
All’interno di una scenografia originale, ispirata alle icone generate dall’antico popolo maya, la storica formazione cilena ha regalato uno spettacolo degno del loro nome e del lustro rappresentato dal loro passato. L’acustica è di buon livello ed efficacemente organizzata, col fine di risaltare un’orchestrazione ampia, fatta di chitarre, violino, basso acustico, e strumenti a corda cileni come tiple, cuatro e charango, un uso costante di strumenti a fiato di tradizione andina come il rondador, la quena, il siku, spesso presenti in veste solistica, ed alcuni nostrani come clarinetto e sassofono, oltre a varie percussioni come il cajon peruviano, e altri di chiara origine africana quali congas, bongo e timbali.

L’ensamble crea una sonorità avvolgente, ricca di atmosfere andine ma non solo, contaminata dalle esperienze raccolte in 30 anni di carriera e frutto palese di una raffinata ricerca musicale e culturale, che coaugula in un’unica voce l’eco di un intero continente, quello sudamericano, con i suoi ritmi suadenti, i suoi lamenti e le sue passioni. Dopo un’introduzione strumentale atta ad immergere concretamente il pubblico in quello che sarà il divenire del concerto, prende parola Jorge Coulon, uno dei 2 membri fondatori insieme al fratello Marcelo Coulon ancora presenti nella band, mettendo subito in chiaro quello che pensa in merito ai problemi riguardanti l’effettiva indipendenza delle democrazie attuali in America latina e lo fa dimostrando che il loro non è un gruppo schierato politicamente, come gran parte della critica vorrebbe, bensì politicamente impegnato, rivolgendo particolare attenzione alle situazioni e agli avvenimenti che segnano l’attualità. Musica e non solo quindi, i messaggi lanciati dal palco sono tanti, tra questi numerosi sono gli attestati d’affetto rivolti all’ Italia che li ha ospitati negli anni dell’esilio dovuti alla dittatura di Pinochet, e a Victor Jara, grande musicista e poeta cileno fatto giustiziare dallo stesso dittatore e da sempre punto di riferimento nel gusto armonico degli Inti Illimani. Di quest’ultimo vengono proposti due brani, uno strumentale ed uno che presenta un testo dedicato a Che Guevara, mentre “per l’Italia” vengono eseguiti 3 pezzi, tra cui una rivisitata Buonanotte Fiorellino, Caro Nino, dedicata a Nino Rota, la “colonna sonora” dei film di Federico Fellini, ed una tarantella che per ammissione dello stesso Jorge prima dell’esecuzione è stata insegnata loro dal compositore napoletano Roberto de Simone, ricca di cambi ritmici impegnativi tecnicamente e fedele alla loro poliedricità musicale. Poliedricità che si rispecchia in ognuno di questi sette musicisti, dato che ogni canzone si accompagna ad un cambio di strumento degli stessi, e tra loro è da sottolineare il fatto, a mio parere eccezionale, di vedere Daniel Cantillana, un violinista, suonare le percussioni! Grande spazio viene riservato al virtuosismo sugli strumenti a corda di Juan Flores che abbina ad una tecnica notevole un espressività costante e capacità improvvisatorie d’alto livello.
Seguono molti brani, alcuni costruiti su polifonie vocali dal forte impatto emotivo e di facile presa sugli ascoltatori. Altre canzoni da segnalare sono una splendida Malaguena e altri due ispirati alla musica afro-peruviana e afro-uruguaiana.

Dopo un’ora abbondante di concerto pare ormai di trovarsi in Sudamerica; molti sono gli uomini e le donne, giovani e meno giovani che danzano a loro modo sulle note del “sole degli illimani” sino all’apice, raggiunto con la canzone che ha reso celebri i musici andini: El pueblo unido jamas serà vencido. Un inno per molti dei presenti, uno slogan per altri, ma pur sempre un brano che mantiene intatto il suo fascino e la storia che porta con se, cantato all’unisono col pubblico ed interpretata con particolare enfasi dagli esecutori nonostante i 30 anni che si porta sulle spalle. L’uscita di scena è accompagnata da applausi calorosi, affettuosi e certamente meritati, ricambiati da un lungo saluto del gruppo che regala un ultimo pezzo rientrando subito su quella che fondamentalmente considerano la loro vera casa: il palco.

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